Bo: la rivelazione di HaShem

Tra l'andare e il venire

Lekh lekhà: "Và Via"

Il protagonista del libro di Genesi-Bereshìt è Abramo a cui Dio, HaShem, ha ordinato di andarsene: “Và via dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla tua casa paterna, al paese che ti indicherò renderò grande il tuo nome, sarai una benedizione” (Genesi 12:1-2). Andarsene in gradi di ascesa nelle difficoltà prima, dalla propria nazione e infine dalla casa paterna, era il primo esame, da dieci, cui Abramo fu sottoposto da Dio.

Abramo si reca in Egitto a causa della carestia, dove lì è costretto a rinunciare a sua moglie Sarai, trattenuta dal faraone per la sua bellezza. Al faraone furono imposte delle afflizioni di origine divina ed infine Abramo riuscì a lasciare l'Egitto, per ordine del faraone stesso, con la moglie e ricco di proprietà.

 

Da Abramo comprendiamo che una trasformazione è possibile solo quando si lasciano le proprie abitudini, e gli schemi mentali acquisiti nel passato, per intraprendere una via illuminata da una nuova consapevolezza che riverbera con la propria indole. Chi ha superato la paura del cambiamento e intraprende un nuovo cammino, ha bisogno di essere sostenuto dalla fede in Dio e dalla fiducia in se stesso poiché sarà sottoposto a degli esami che misureranno la sua audacia e perseveranza. Abramo ci insegna che ogni individuo è chiamato ad ascoltare per sapere qual è la propria destinazione e progetto di vita. La ricompensa prende la forma di una benedizione non solo per se stessi ma per i popoli, in altre parole per l'intera società.

Abramo inizia la prima fase di una nuova era per l'umanità, preparandola ad un cambiamento spirituale che anticipa la ricezione della Torà da parte del Popolo Ebraico. L'ascesa spirituale è simboleggiata dal precetto della circoncisione effettuata nell'ottavo giorno dalla nascita: con la milà si toglie il prepuzio (simbolo degli istinti e del mondo materiale), si elimina la barriera con la santità e si apre il cuore, luogo di comunicazione con gli altri e con Dio.

Il termine brit-milà, usato per circoncisione ha un altro significato: patto di parola (in ebraico, millà).

Il cammino iniziato da Abramo in Genesi è completato da Mosè nel libro dell'Esodo. Ciò che era in nuce prende forma e acquisisce identità e unicità: dalla storia universale della Creazione alla nascita di un popolo, una nazione, Israele, guidata da leggi e precetti.

Abramo riconosce l'unicità di Dio spezzando gli idoli andando via dalla propria casa e affermando il monoteismo. Mosè si separò dal suo essere principe egiziano e portando la luce della conoscenza, la Parola di Dio, liberò il popolo dalle tenebre riscattandolo dalla schiavitù.

Bo:"Vieni"

 

Il protagonista del libro d'Esodo-Shemot è Mosè a cui Dio ordina di andare dal faraone ed annunciare l'ottava piaga: “Vieni al faraone, poiché ho reso ostinato il suo cuore e quello dei suoi servi, al fine di operare in lui tutti questi Miei prodigi" (10:1) Il cuore del faraone è duro perché si nutre del proprio ego. Egli governa l'Egitto, in ebraico, Mitzraiim, (che significa "luoghi angusti") da tzar, stretto.

Il passaggio dalla testa al cuore avviene attraverso un luogo stretto, la gola, simboleggiando l'idea che diventa parola, l'inconsapevolezza che si trasforma in consapevolezza e la conoscenza che trova l'emozione.

Il nome di Dio usato nel testo è HaShem, il Tetragramma, l'aspetto misericordioso e trascendente del Creatore, il nome che il faraone non conosce essendo egli legato all'aspetto del nome Elohìm che governa la natura, l'aspetto limitato e materiale della Creazione, di dìn, come annunciato dal nome Mitzraiim.

Faraone, paro', פרעה in ebraico le stesse lettere di ha'oref, הערף, la nuca, simbolo dell'inconsapevolezza, della rigidità mentale che si nutre dell'ego nascosto e per questo ostacola ogni cambiamento o presa di coscienza.  Il faraone è simbolo della lotta eterna dell'uomo con l'"altra parte", con l'"altro", con le parti negate della persona.

 

La Legge di Mosè, definito dalla Torà come uomo molto modesto, è improntata all'ascolto Shema' Israel, "Ascolta Israele" e ha come fine la liberazione.

Il faraone, il cui nome in ebraico paro', פרעה, può essere letto anche pe-ra', פה-רע, bocca cattiva, rappresenta la parola a cui si doveva obbedienza assoluta e che non prevedeva il minimo diritto di replica, è la parola che rende gli uomini schiavi.

Moshè, stesse lettere di HaShem, il Nome, è chi viene in contatto con l'aspetto di chesed, amore, di Dio: "Ma non sorse mai più profeta in Israele come Mosè, con il quale Dio aveva trattato faccia a faccia" (Deut. 34:10). Il viso, panim, è espressione dell'intelletto e della spiritualità della persona.

Le ultime piaghe menzionate nella parashà di Bo, le locuste, l'oscurità e la morte dei primogeniti, hanno lo scopo di fare riconoscere al faraone l'esistenza di HaShem, Colui che Era, E' e Sarà.

Il venire, Bo, di Mosè garantisce il lekh, l'andare via, del Popolo dalla terra d'afflizione.

La dimensione dell'esodo influenza tutta la Torà e i precetti menzionati in Bo sono strettamente collegati e sono il cuore dell'Ebraismo: la mitzvà di santificare la luna nuova, la mitzvà di mettere i teffilìn nella mano e nella testa, i precetti per la festa di Pesach e l'obbligo di insegnare alle generazioni future, i miracoli compiuti da Dio, la santificazione del primogenito, il mese di Nissan, l'inizio della primavera, come il capodanno.

Questa parashà ci invita a rinnovarci, a sentirci uomini liberi, capaci di gestire il proprio tempo e subordinarci con fede e fiducia alle leggi divine sentite con il cuore.

 

Ricordare e raccontare

L'imperativo comandato da Dio è di ricordare questo giorno, zakhor et hayom hazè, e, infatti, l'uscita dall'Egitto è l'evento più ricordato dagli Ebrei e dalle Scritture, nella preghiera quotidiana e nello Shema'.

Non basta ricordare, è il compito del genitore raccontare ai propri figli la storia dell'uscita dell'Egitto, poiché ogni generazione ha la propria.

 

Le domande dei quattro figli

Nella lettura dell’Haggadà di Pesach leggiamo il brano seguente: “La Torà parla di quattro figli: uno sapiente, uno malvagio, uno semplice e uno che non sa porre domande.

Il sapiente che cosa dice: "Quali sono le leggi che il Signore nostro Dio vi ha comandato a proposito di Pesach?".

Il malvagio che cosa dice:  "Che cosa significa per voi quello che state facendo in questa sera di Pesach?".

Il semplice che cosa dice: "Che cosa significa tutto questo?".

E quello che non sa fare domande non chiede “cosa” e il padre si rivolge direttamente a lui e dice: “È per questo che il Signore si è mosso per me quando sono uscito dall’Egitto”.

 

Quattro figli, quattro mondi, quattro livelli di comprensione: “Educa il fanciullo secondo la via che meglio gli si addice” (Proverbi 22:6).

 

Questa breve storia, che fa parte della liturgia del séder di Pesach, ci dice che ogni figlio, percepisce in modo autonomo uno stesso fenomeno, dandogli un valore diverso in base alla propria personalità e sensibilità considerate comunque un valore in sé.

 

 

Testo scritto in onore del bar mitzva' di A. Mieli.

A te caro Alessandro auguro che tu abbia sempre la fiducia e la forza di seguire la via che più ti si addice rimanendo fedele alla voce del cuore, ascoltando il proprio sentire guidato dalla luce della fede in HaShem come espresso nel tuo nome ebraico, Oron, ricordando che una piccola fiammella riesce sempre a vincere le tenebre e che anche i più potenti faraoni che hanno governato questa terra hanno avuto una gloria temporanea e infine sono stati sconfitti.

Prendi esempio dai tuoi splendidi genitori che ti hanno tracciato la via e dalla spontanea allegria del tuo fratellino Daniele.

 

"Faccia luce a te la faccia del Signore e ti doni grazia".

Che tu sia sempre felice, besimchà tamid.